L’umiltà di sentire freddo

L’abbassamento drastico delle temperature qua nel nord d’Italia, mi ha fatto ricordare di un problema che mi trascino da anni: il termosifone in camera da letto non funziona.

Dovete sapere che il termosifone ad acqua è una creatura semplice, gli si infila un tubo da una parte da cui entra acqua calda e gliene si attacca un altro per fare uscire l’acqua che si è raffreddata. Il termosifone è tra le creature di Dio più semplici. Un termosifone non vi chiederà mai che ne so, delle scaloppine al limone invece dell’acqua e nemmeno un McCallan invecchiato 30 anni. Neanche un Jack Daniels, solo acqua.

Negli anni, non gli ho mai fatto mancare nulla al mio termosifone, ma nonostante l’abbondante calore dell’acqua che la mia caldaia gli fornisce, lui non ne vuole sapere di scaldarmi la camera. Esperti dicono che potrebbe avere del calcare, una malattia che assomiglia vagamente ad avere le arterie intonacate di colesterolo cattivo e burro. Esperti dicono anche che dovrei disfarmene e prenderne uno nuovo, cosi da evitare di dover mettere un appendiabiti all’ingresso della camera da letto con le giacche e le felpe pesanti, neanche fosse la porta d’uscita verso il mondo brutto e freddo che sta all’esterno di una baita in Alaska.

Gli esperti hanno ragione ovviamente, ma sapete qual è il problema? Me lo dimentico. Lo metto quotidianamente in lista tra le cose di cui occuparmi, ‘numero 13 nell’odierno elenco dei problemi da risolvere’. Solo che non ci arrivo mai a quel numero 13. Ogni tanto guadagna posizioni quando la stanza diventa ottima per la conservazione dei surgelati o quando mi sveglio con il raffreddore o quando mi cambio e sembra che lo stia facendo in centro Londra la notte di Natale, ma il pensiero dura il tempo di un cambio di stanza ed ecco che il tepore tropicale del resto della casa soffoca il pensiero con un soffio di aria calda.

Lo noto solo quando davvero ci faccio caso, cosi soggiogato dall’abitudine delle cose che non funzionano o che funzionano solo al 20% e che a volte basta, come quando lo tocco e sento un leggero tepore e quasi mi accontento di quel differenziale di temperatura minimo che non scalda manco per il cazzo.

“Ma si, dopo ci penso” ed ecco che il problema non diventa così essenziale, gli anni passano e il problema viene spostato nel sotto-tappeto, dove metti tutte le cose che dovresti risolvere ma che non affronterai mai e li rimane, perennemente fuori dalla top ten, un vecchio pilota di formula 1 con una macchina di merda.

In quei rari momenti in cui do una sbirciata poco interessata e quasi disgustata al mondo sotto il tappeto, mi ritrovo a pensare che il tempo, sia una specie di muratore instancabile…uno che non punta alla qualità ma solo a costruire. Lui deve mettere mattoni su mattoni spennellando malta, il più in fretta possibile. La torre viene su storta e brutta, è evidente…e dall’alto vedi come pende tutta da un lato e noti i disallineamenti tra le mura…lo vedi chiaramente che ci sono dei mattoni storti sotto o che sporgono o che sono proprio mancanti e tu glielo dici chiaramente al tempo che…

“Sta uscendo una merda!”

…ma lui ti risponde “Ma si, fammi finire che poi quando scendo la aggiusto”.

Il problema è che né tu né lui avete mai pensato a costruire anche le scale.

TENTATIVO DI USCITA N° 5 – Giulia

Se c’è una cosa che non puoi dimenticarti quando vai in palestra non sono le scarpe, non è l’asciugamano e nemmeno la tessera dell’abbonamento ma il lettore MP3, perché ti salva le orecchie da quella playlist di merda sparata dalle cento casse messe in giro, un’accozzaglia orribile tra dance trash, pop di Tiziano Ferro e Reggaeton.

Sono rientrato in palestra post- quarantena, dopo aver perso 3 mesi di abbonamento chiuso in casa ad ingrassare con pizze, cannelloni e panettoni fuori stagione per l’occasione farciti di mozzarella e prosciutto, che lo zabaione mi veniva male a mangiarlo tutti i giorni. C’è un po’ d’ansia da prestazione: sono single (guarda un po’) ed entro in un posto in cui non conosco nessuno e anche se per colpa del Covid non frequento più tutte quelle zie che mi vogliono assolutamente sposato da almeno 15 anni, l’idea di trovare una ragazza mi stuzzica almeno quanto un arancino ripieno.
Ancora mi ricordo quando mi sono iscritto, a Febbraio, una settimana prima del lockdown. Giulia, così carina, mi propina un abbonamento annuale e io dico si. Anche all’assicurazione dico si. In realtà dico si ad ogni cosa esca dalla sua bocca perché accidenti, è proprio carina. Una settimana dopo tutto chiuso, neanche il tempo di iniziare ed ecco che il destino si intromette a sabotare quel briciolo di forza di volontà trovato a stento nel fondo del barile della mia anima.
Una sola settimana, passata a non capire nulla della scheda fatta dal personal trainer, che visto che non ho le tette riesce a dedicarmi giusto 1 minuto e 20 secondi per spiegarmi 30 esercizi da fare.

“Hai capito Sandro?”
“Mi chiamo Emanuele”

E dire che il nome sulla scheda c’è scritto.

Ma oggi sono di nuovo qui. Do un’occhiata in giro ma non vedo Giulia. In spogliatoio, mentre mi cambio le scarpe, tre ragazzi post-allenamento stanno parlando di…Filologia Medievale girandomi attorno a cazzo di fuori manco fosse un Rolex. Sarà che non trovo il mio cazzo particolarmente attraente ma a me non viene naturale sbattere il pisello ad
altezza occhi alla gente che si allaccia le scarpe. Per sicurezza personale metto subito la mascherina. Quando entro in palestra subito mi chiedo dove siano finiti tutti quei vecchi che monopolizzavano le ellittiche manco fossero cantieri estivi, li fissi a dislocarsi le anche guardando glutei di cemento e gambe dritte come fondamenta di una palazzina. Se i vecchi son spariti, i bicipiti e i culi però ci sono ancora e allora metto in atto la geniale strategia frutto di 3 mesi di pianificazione:

Regola N° 1 (che è anche l’unica regola che hai scritto…e questo sarebbe il tuo piano? Sei un’idiota…) ‘ad ogni affiancamento con qualche ragazza, sorridere e salutare’.

La cosa mi esce talmente innaturale che ogni “Ciao” sembra un colpo di tosse, un suono gutturale, un mezzo rutto cosa che mi rende ancora più sospetto.
E dire che nella mia testa tutto funzionava alla grande, e mentre io non riesco nemmeno a dire una parola senza soffocare, ecco un tizio tatuato alto due metri, che si avvicina ad una e le mette le mani sulle chiappe. “Fallo cosi l’esercizio”

Dai cosi non vale! Io non ho nemmeno il fisico per far finta di saperne qualcosa sul fitness. Anche se ci ho provato eh? In quarantena ho fatto due lezioni a casa ma ho smesso dopo 3 lampadari rotti, 4 dita spaccate sugli spigoli e 35 minuti di proteste della vicina. Così mi dico ‘allena la mente’,
e via di video motivazionali, ebook da 20 euro per 10 pagine di life-coaching, flash mob sulle terrazze, ‘andràtuttobene’ scritto a bomboletta sulla tovaglia ricamata della nonna e per cosa? Mi sembra di essere al punto di partenza.

E dire che le cose grosse dovrebbero aiutarti a dare la svolta. Un’esplosione nucleare, tu che esci vivo da un incidente, una pandemia. Dovresti renderti conto che la vita è incredibilmente breve al punto da spingerti ad urlare contro quei micro-problemi del cazzo dentro la mente, dovresti uscire,
andare in giro come il palestrato di prima a mettere le mani sulle chiappe di chiunque. Andare dal tuo capo, mani sulle chiappe “Voglio l’aumento”. Mani sulle chiappe al carabiniere “Si ok…220
km\h in centro abitato…ma non rompere il cazzo dai”
. Al buttafuori della disco…no no…forse a lui meglio di no.

E invece, sono qui da solo su questa Gluteus machine che manco so che cazzo fa mentre tutte queste ragazze sono già circondate da bicipiti tonici e addominali di marmo che sembra la fila al supermercato in periodo Covid

“Due etti di culo sodo grazie”
“Prendi il numero e mettiti in fila stronzo”

Ho il 232.

No niente fila, sapete cosa, me ne torno negli spogliatoi. Appena scendo dalla Gluteus machine un Grizzly largo come un pianoforte a coda ne prende subito possesso.

“Ah è cosi che va usata…”

Dentro lo spogliatoio, cambio scarpe rapido e mascherina su. Manco mi cambio la maglietta perché praticamente son stato dentro 3 minuti ed l’unico esercizio che ho fatto è stato disinfettarmi le mani. Appena esco però mi ritrovo il sorriso di Giulia che mi bussa dal vetro della
segreteria. Sta sorridendo proprio a me. “E grazie al cazzo”, direte voi, “tutte le ragazze che lavorano in palestra sorridono ai clienti”, ma lei no, quel sorriso è proprio per me. Si percepiscono queste cose. Un sorriso cosi contagioso che comincio a sorridere anche io, 12 denti, poi 24, fino ai 36 che non usavo dai tempi del Super Nintendo, Natale 1990. La sento che parla ma non so di cosa. La vista è come annebbiata, vedo solo il suo sorriso e i suoi occhi. Immagino che mi stia parlando di quando mi ha visto per la prima volta, del nostro futuro, di quanto le piacerebbe andare al lago assieme uno di questi giorni…

“…e quindi per questa cosa del Covid ti diamo altri 3 mesi dopo la scadenza
dell’abbonamento…ok?”

“Si” rispondo, qualsiasi cosa abbia detto e ormai convinto di averla ammaliata con il sorriso delle grandi occasioni la saluto e vado verso l’uscita, per una volta contento…almeno finché non mi accorgo di avere ancora su la mascherina.

“Cazzo!”

Andando verso la macchina mi rendo conto di due cose: che la palestra non fa proprio per me, e che continuerò ad andarci. Non certo per condividere attrezzi unti con gente sudata che comunica grugnendo, ma per quei venti metri che separano l’ingresso dalla segreteria, nella speranza di riuscire ad avere un sorriso tutto per me anche domani. Lo so che la mia mente da stasera ricomincerà a pianificare scuse per parlare con Giulia, ad elaborare piani per incontrarla o per farmi notare attraverso quel plexiglass usurato tipo rinnovare l’abbonamento per dieci anni o entrare per complimentarmi per il disco del Festivalbar 93 in filodiffusione quel giorno, ma è questa la realtà: i piccoli problemi, le piccole sfide della vita ritornano sempre anche dopo aver risolto quelle grandi. E con quelli ritornano tutti quei comportamenti che ci condizionano l’esistenza, ci ostacolano.

Sul balcone della casa di fronte al parcheggio, c’è ancora un telo con su scritto ‘Andrà tutto bene’ e mai come adesso, io non so come andrà. Non so nemmeno se qualcosa sia mai davvero andata bene visto che mi ritrovo ancora una volta immerso nelle mie solite paure. Forse però, potrei rientrare in palestra adesso, senza piani, contro natura, contro lo stupido spirito di sopravvivenza dei miei sentimenti.

“Ora entro, e la invito fuori, deciso. Ecco!”

Ho già aperto la porta, ci sono solo 20 metri…15….10…4…basta aprire la porta della segreteria e…”

“Emanuele! Emanuele”, mi sento chiamare, fuoriesco dalla mia immaginazione, di nuovo nella realtà.

“Emanuele!”.

E’ Giulia, mi viene incontro e io vedo tutto come al rallenty, ovattato manco una soap opera argentina scadente con tanto di colonna sonora neomelodica.

“Emanuele…” chiama ancora. Giulia sa il mio
nome e continua a ripeterlo, come fa a conoscerlo?

Si non me ne vado amore!” penso, ora che il destino ha deciso di dare una svolta alla mia vita, ora che è davanti a me con il suo sorriso…i suoi
occhi.

“Dimmi Giulia…cosa c’è?” quasi tremo dall’emozione…

“Tieni, ti è caduta la tessera”

Cinguettio para-sintetico, convulsioni, angeli.

Non ho memoria del peccato originale per cui merito questo contrappasso quotidiano. Da quel che ricordo, sono punizioni sensoriali che mi trascino fin dai primi veicoli personali, quelli giocattolo compresi. Che fosse un finestrino non funzionante, luci non collaborative, manopole con forti desideri di indipendenza, autoradio anarchiche, con ogni carrozza moderna in mio possesso fin dagli albori, ecco un fornito carnet di noie piccole e non abbastanza gravi da ricordarsi di sistemarle il giorno dopo…quelle noie di cui accorgersi solo al successivo penoso ri-affronto, similare a quando con punture di meduse sulle natiche, ecco che ti siedi su una sedia di vimini, completamente dimenticandoti dei regali che quei leggiadri sacchetti placentosi di merda ti hanno fatto dono. Dolore.

Lo scatolotto infame dove va ad inserirsi la cintura della macchina.. invece cosi ligia al suo dovere di salvarmi la pelle tenendomi stretto, continua a lamentarsi come un ossesso…che nel suo linguaggio semplice ma squillante dovrebbe voler dire che non può farmi guidare in pace finché la nobile cintura non è correttamente posizionata per fare il suo lavoro. Nonostante ripetutamente spinga la linguetta metallica al suo interno, anche con veemenza, lo sgraziato canto continua…che a questo punto i dubbi sopraggiungono, sovvengono…“che forse la spinta ritmica gli piace e allora son versi di piacere…o forse…gli sto davvero facendo male, e allora è lì che esprime il suo dolore”

“Biiiiiiiiip!”

Intuitivamente noto che le oscillazioni avanti-dietro tipiche della mia guida rallycentrica fatta di frenate al limite, limiti non sempre rispettati e che non si limita ad una semplice movimentazione da A verso B, visione davvero limitata dell’utilizzo di una vettura, sollecitano lo scatolotto infame ancora più del solito per cui ogni viaggio in automobile, diventa ormai un suo palese tentativo di scatenare importanti nevrosi e lampi di follia nel sottoscritto in cui inveisco contro il mini-cubo di plastica nero con l’accento rosso del bottone del rilascio-cintura che poi, a che serve dico io…mai visto un oggetto inanimato reagire con paura o sgomento a violenze fisiche, bestemmie, impropri, ninna nanne o rosari paleo-cristiani.

“Brutto figlio di puttana stronzo di merda che cazzo ti suoni BASTAAAAAA!”

Forse è il suo essere cosi vivace e squillante che mi fa credere, sbagliando, che sia vivo e potenziale mio nemico o solo, non cattivo ma semplicemente molesto, come può essere un bambino piccolo altrui o un ultras di una squadra di mezza classifica. Come giungiamo a dare connotati umani ad oggetti chiaramente senz’anima, chiaramente non in vita, chiaramente non a base di carbonio e non-dotati di sistemi di respirazione e cervello, chiaramente derivati da materiale plastico vario?

“Brutto bastardo!”

“Biii-Biiiiii-Bi-Biiiiiiiip”

Eppure, deve esserci un’anima in quel piccolo contenitore…e se non anima, dell’odio, infuso nel processo di stampa PVC in quantità incredibile, denso come una singolarità quantistica. La malvagità lo fa procedere tronfio nella sua cantilena, senza rispetto di ritmiche, ottave, metronomi mentali. Non vi è una categorizzazione possibile in stilemi musicali conosciuti che ne so, Drum & Base…Rock…Techno, perché trattasi di un “Biiiiiip” altamente irregolare, incostante, non-tecnico, talvolta spezzettato, aritmico, ipofosiaco, qualsiasi cosa voglia dire, se esiste, il termine.

Un giorno di particolare lucidità sia mentale che meteorologica però, trovo la speranza di una forse meritata, o forse immeritata salvezza e se non salvezza almeno sollievo. Una parziale soluzione con certa musica, non tutta, una in particolare, forse inconsciamente messa apposta su un cd masterizzato anni addietro e denso fino al bordo esterno di scrittura, di mp3 di dubbia omogeneità. Una traccia, la numero 67, come un angelo custode che scende a salvare l’anima persa, una dose di morfina a chi annega nel dolore. Una traccia riprodotta a nemmeno cosi alto volume, incredibilmente con vibrazioni sonore insite che riescono a contrastare tramite risonanza il fischiettio malefico dell’uccel-cubo plastico nero-rosso infilato a destra del mio sedile, che ancor cinguetta bello primaverile senza considerare che MI HA FRACASSATO I COGLIONI, che ancor vocalizza nonostante botte, parolacce in più lingue, scongiuri che a nulla valgono, minacce che nulla possono e che niente fermano. Ma quella traccia, 67, ecco…il dono divino, messa in ripetizione ormai in ogni viaggio, la mia morfina dopo giorni di dolore mentale, annulla come se fosse la sua nemesi, l’odioso cinguettio para-sintetico.

Ma poi la mente, si rivela per la sua reale natura malvagia, auto-sabotatrice, infida. Tra le dolci note a volume impossibile della droga-traccia 67 che si diffonde fuoriuscendo dai finestrini in tutti i paesi in cui passo, cosi squillante da far concorrenza a chi compra rottami e vende verdura, spesso nello stesso camion, ecco che la mente va a ricercare il “Biiiiiip” ormai quasi impercettibile ma che con sforzo masochistico della materia grigia pian piano riemerge. Viene isolato da cerebro tramite ricerca ossessiva e amorale. Più va a fondo nel suo scandagliare le pieghe del suono, più qualcosa rispunta dal Maelstrom di chitarre e tastiere diffuso tra le quattro portiere dell’autovettura. Proprio come una vedetta in cima all’albero maestro e il suo naufrago da trovare nel mare in tempesta…impresa da eroe, di quelle impossibili ed invece eccolo li, piccolo fra le onde il naufrago e giù la scialuppa, uomini andate a prenderlo, tiratelo a bordo, sei redivivo Lazzaro, figlio prediletto tiè, mangiati un po’ di zuppa e beviti del Rum. Strano come il cervello complotti contro di te e come alla fine riesca a salvare quel suono-naufrago circondato da onde-sonore rock che riemerge più forte di prima, con una carica nuova, quando ci sarebbe solo da vederlo affogare con gusto, vederlo sparire per sempre negli abissi, per far dissipare finalmente quella rabbia che mi si costruisce, dentro, ad ogni inesorabile, infinito…

“Biiiiiiiiiip”

TENTATIVO DI USCITA N° 4 – Marte, corsa, multiverso

L’atmosfera è densa di CO2, il sole picchia come se in assenza di atmosfera, il terreno duro e spaccato trasuda ostilità nera. Il respiro affannoso, senza ossigeno che accidenti, mi sento dentro un film revenge-horror americano di quelli in cui vieni interrogato con un calzino sporco in gola. La protezione che indosso è progettata per impedire qualsiasi accesso degli elementi pericolosi esterni, costruita strato su strato, fino a creare un’armatura in grado di filtrare particelle radioattive, tossiche, virus. Probabilmente anche elettroni.

Marte? Tuta spaziale?

TENTATIVO DI USCITA N° 3 – Supermarket e tessuto spazio-temporale

Nastri bianchi e rossi portano fino all’ingresso della struttura, andamento cadenzato, da marcia funebre, della gente davanti e dietro me, distanziamento obbligatorio. L’edificio, a me sconosciuto, dopo la curva ad angolo retto mi si para davanti: grigio, triste, solo un’insegna gialla con scritta blu a dare un tocco di vivacità a questo Alcatraz in tono minore.

“TIGROS” leggo.

A destra e sinistra le guardie controllano il flusso fino alle porte di vetro, spalancate su un atrio male illuminato e confuso. Qualcuno prova ad uscire fuori dai cordoni ma viene subito pestato a sangue e portato via.

“Devo passare il controllo…devo farlo…” penso, ma la tensione mi mangia vivo.

Alto 1.68, calvo, pettorina gialla, mascherina d’attacco, nella mano impugna con forza ‘l’arma’. Si dicono tante cose su di lui, molte sono leggende. Altre terribilmente reali. Lo chiamano l’oracolo’. Fermo nel suo ghigno che ipotizzo crudele visto che ha su una mascherina, è giudice e carnefice, il boia del tempio della tigre.

Lo immagino mentre avvicina ‘l’arma’ alla mia tempia, uno, due…aspetta ancora un attimo…tre, quattro…

TENTATIVO DI USCITA N°2 – Superpoteri e A.M.P.

Se c’è qualcosa che ho imparato a fare da quando sono rientrato a lavoro è pisciare senza dover guardare verso il water.

Che se porti gli occhiali e porti anche una mascherina e Satana non voglia anche i guanti lattice/supercollosi/scorticaepidermide, quando te lo prendi in mano per una tonificante pisciata a metà mattinata, gli occhiali scivoleranno inesorabili verso quella parte del mondo ancora non esplorata dall’uomo, densa di oscure materie, creature strane e pericolose,  conosciuta come…

*Tema principale di Jurassic Park, John Williams, 1993*

“Buco del Cesso”

TENTATIVO DI USCITA N°1

“Impellente necessità di fare qualcosa di originale, geniale, oltre gli standard comuni, devo scrivere, scrivere, scrivere!”

Era il 24 Marzo, quando ho iniziato la quarantena. Ovviamente non ho scritto un cazzo. Nulla di originale, geniale…e anche l’impellenza ecco, svanita in un paio di sonnacchiosi pigri inutili mal sfruttati pomeriggi, a guardare punti fissi, bagliori filtranti da finestre semi-socchiuse, luce blu di schermi densi di notizie contrastanti, bollettini medici tragici.

Che cazzo ho fatto in 3 settimane? Niente.

Ho letto di più? Quella lista infinita di libri da leggere e che si accresce ad ogni Login su Amazon? No.

Ho studiato? Portato avanti una sola di quelle cose che mi sono autoimposto in uno dei miei ridicoli discorsi allo specchio, riunioni con me stesso, impegni “da domani” ? No.

Mi sono allenato? Visto la montagna di tempo piovuta addosso, proprio tu che ti dicevi convinto “Ah si, se avessi tempo mi allenerei tutto il giorno!” ? Ahahahaha, No.

L’amarerrima verità, che amarissima non rende, è che non ho combinato nulla. Non ho fatto un cazzo. L’aver attaccato a Gennaio un calendario annuale gigante sul muro, cosi da vederlo appena sveglio, cosi da ricordarmi di non sprecare tempo, cosi da darmi un obiettivo quotidiano, è rimasto inosservato per tutti questi mesi. Ci ho scritto qualcosa, era Gennaio, che non capisco nemmeno. Non so leggere la mia grafia.

Quanto l’ho aspettato questo calendario.

Mi ricordo bene quando mi svegliai con L’IDEA “mi serve un calendario!”. Anzi, IL calendario”.

Incredibile che non ci avessi pensato prima, le soluzioni spesso sono cosi semplici, naturali. Anni di sprechi solo perché non avevo lui, IL calendario, gigante,

LA soluzione.

Antenna di merda

L’antenna della Lupo da qualche anno vaga tra un bordo e l’altro del sedile posteriore in balia della gravità…staccata tempo fa vista la moda ‘divertentissima’ dei ragazzi della mia via di fregarsele, le antenne. Non capisco per farci cosa. La mia antenna è un’asta lunga un venti centimetri e molto sottile, con un filo nero che si attorciglia attorno. Vistosa, assomiglia alla bacchetta di un mago malvagio e messa sul tetto,  l’auto sembrava una Gig Nikko radiocomandata…anche se va meno di una Gig Nikko radiocomandata.

Ora, è evidente che nascono problematiche tipo che spesso non prendo le radio che voglio e ci sono intromissioni fastidiose con Ave Marie in mezzo ad un pezzo di David Guetta e il classico rumore bianco e fruscio di vento…a volte faccio strade più lunghe in cui almeno so di aver ricezione che chissà come mai, in questo mondo di ‘stradedrittegallerievelocizzantisvincoliindustrialiadaltoscorrimento’, la mia radio gracchia a profusione con tutta quell’aria attorno contaminata da microonde, raggi X, metano, gas tossici e rifiuti industriali. Funziona bene solo su strade strette, tutte curve e con gli alberi attorno.
Altrettanto evidente però, ma questo l’ho capito con troppo ritardo, è che sono un coglione. Perché, se ci pensate bene…per evitare di farmi fregare l’antenna l’ho staccata e buttata in auto. Questo, equivale a non averla o essersela fatta fregare da qualcuno e quindi, a che serve? Sembra una di quelle scelte di vita che le ragazzine scrivono su Facebook per ricevere compassione da mezzo mondo:

“Per non soffrire non amerò più nessuno”

Ma vai a cagare cretina.

Si capisce che è una stronzata no? Per non rovinare le scarpe non le usi mai…e “se magari quella ragazza non è quello che sembra?” Nemmeno le chiedi il nome. Idiota. Nessuna cosa meritevole in questo mondo è esente da un fattore X di rischio difficilmente quantificabile, una legge universale. Se punti ad una ragazza fidanzata c’è un rischio…se per arrivare su quel monte ti devi arrampicare c’è un rischio…se sei a dieta ma vuoi comunque ordinare quel calzone farcito con polpette e parmigiana capisci che c’è il rischio di continuare ad essere un ciccione…e se vuoi ascoltare la radio senza fare deviazioni di chilometri passando per boschi bui e tempestosi rischi che qualcuno un giorno, decida di volersi grattare la schiena con la tua antenna e te la spazzi dal tetto.

E quindi? Ci sta che le cose non vadano lisce in questa vita del cazzo no?

Ho deciso allora, che oggi rimonterò l’antenna su quel cazzo di tetto. Lunga, vistosa. Magari ci attacco pure una bandiera. E’ un passo in avanti nella vita, una stupida preoccupazione in meno, un’insensata ombra di paura che mi condiziona da togliere dalla lista…ma da domani potrò sentire come va a finire un aneddoto del Trio Medusa senza dover rallentare al curvone che “li la radio non prende”…mentre smanetti come un ossesso su quei pulsantini e manopole come un tecnico del sonar della seconda guerra mondiale rischiando un incidente…vista la zona poi, piena di camion con robe pericolanti sopra mentre tu stai dentro una scatola grande quanto una lavatrice.

E se me la fottono, l’antenna, ne comprerò una da 4.50 da Amazon con spedizione Prime.

Quattroeuroecinquanta di merda.

Non costano nemmeno un cazzo ste stupide antenne, e ci ho pensato solo oggi.

Acqua e Fuoco

Quindi fuori piove mentre alla mia sinistra un muro rosa macchiato bianco in costruzione, consuma scintille di fuoco dall’alto. Un ambiente ampio pieno di scatole scatoloni colonne beige voci e luci al neon, freddo freddissimo perchè sono uscito in maglietta nonostante vento e pioggia, consegno un ticket ad un tizio che mi ricorda un qualcuno che conoscevo ma che non ricordo…bel modo di fare dico, bel coraggio per i pantaloni corti con 5° anche, bel modo di andare in giro in quel dedalo messo al contrario sopra uno di quei muletti rossi più piccoli di quelli grossi e gialli, acceleratore pigiato…si tiene su come un pirata sull’albero maestro e via verso l’orizzonte pieno di pacchi e codici che chissà quali tesori li dentro che mai vedrà e mai riuscirà a toccare.

Sento suoni gutturali, bip di conferma prima che mi porga uno strano aggeggio simile ad un cellulare con uno schermo che lampeggia in attesa di un mio cenno, un segno, un gesto.

Una firma in realtà.

E allora prendo quel pennino ma in quel momento, qualcosa nel mio cervello va in tilt…gli emisferi cozzano e si incrociano i flussi fra gesto e pensiero, il tempo si ferma sospeso in una domanda terribile ma inutile, paralizzante ma stupida.

“Come firmo?”

Momenti

Giornate intere le passo con pensieri fissi, a volte uno solo…e tutto il resto mi scorre a fianco deviando come flussi areodinamici sul paraurti di un auto, scivolano cosi veloci che quasi sembrano linee luminose che si espandono verso la vista periferica. Mi accorgo solo dopo un po’ che non presto attenzione, che non ascolto, che chiedo “Cosa?” per l’ennesima volta, come se avessi tenuto la testa sott’acqua, suoni ovattati. Quando c’è il sole poi, quando sento la pelle che brucia , il pensiero è unico

 “Non manca molto all’estate”

Non ricordo esattamente quando, era tanto tempo fa, forse in prima superiore…la professoressa ci fa scrivere un tema, dobbiamo descrivere noi da grandi e la cosa ci diverte un sacco. Ci mettiamo d’accordo l’un l’altro, ci inseriamo nei vari racconti. Siamo adulti di successo…io scendo da un aereo che ho pure disegnato, salgo su una spider con gli altri, ci andiamo a divertire.

Nessuno che descrive una vita normale, semplice, felice.

Nessuno che ha paura.

E ora eccomi qua. Non ho disegnato aerei, ne automobili…i miei compagni di una volta li vedo pochissimo. Non salgo su spider verso improbabili feste…in realtà sono seduto su un muretto che sta a 3 chilometri da dove vivo e dove sono cresciuto in questi precedenti 33 anni. A volte mi sento tranquillo, altre in ansia, altre solo. A volte mi piace andare in giro ad esplorare i posti con la musica nelle orecchie…altre amo saltare ai concerti con gli amici. Mi manca il mare, sempre. Voglio bene alla mia famiglia ma l’amore che prendo non mi basta mai e se dovessi riscrivere quel tema oggi, se dovessi immaginare di nuovo il me stesso ideale, allora scriverei…

“Mi sveglio. Fuori c’è il mare ed è una bellissima giornata”

Non riesco ancora a pensarmi felice, la felicità è ancora qualcosa di troppo grande e complicato per me, un concetto da chiarire con troppe cose che ancora non comprendo, da quelle molto piccole a quelle molto grandi e quei piccoli momenti di dubbio e panico anche…più di tutti fanno riflettere, quelli.

Dentro la vasca, la mattina quando mi faccio la doccia, ad esempio, c’è un momento in cui ho paura. Soffione in mano e acqua calda che esce e io immobile con qualche motivo dentro che mi impedisce di buttarmela addosso, come se potesse farmi male o darmi fastidio. Succede solo nel mio bagno…non ho nessun problema nei cubicoli o nelle vasche di hotel o di parenti e amici. Un trauma del passato? E’ successo qualcosa? Oppure è solo il ricordo di quella prima volta che hai avuto ‘paura’ di una cosa cosi stupida? Derivato di un derivato? Te che ti fai il bagno nei mari ghiacciati spaventato da dell’acqua calda…cosa ti succede?

Dubbi, piccole cose, momenti scollegati dal continuum spazio temporale che impiego in situazioni inventate assurde, paranoiche e disturbate. Il finestrino destro della Lupo ancora non va quindi immagino che mi fermino lungo la strada, la polizia…e scende l’agente e mi tamburella sul vetro ma ovviamente non posso aprire e quindi io apro la portiera.

Di solito finisce con un agente che mi spara in un giorno di pioggia, autostrada, piazzola, asfalto nero, notte.

Basta poco. Una foto, una frase, un ricordo. Quel che è bello si trasforma, riesci a sabotarti facilmente con il minimo dell’impegno. Sai che soffri il caldo ma ora stai bene, in compagnia di tutti. Ma ne sei sicuro? Perchè forse hai caldo invece, ed inizi a sudare. Com’è possibile se stavo bene due secondi prima?

Ieri, il salone illuminato da luci alle pareti, e vorrei parlare con quella ragazza che balla il tango…bella forse bellissima, maglietta in pizzo e gambe chilometriche seduta con aria malinconica li sulla destra, in mezzo a due donne più vecchie…triste perché tutti danzano e lei no forse, ma questo lo penso io…uno si fa coraggio e la invita e tutto cambia, sorriso e si vede che brucia dentro per il ballo, i capelli neri che quasi si gonfiano.

Vorrei chiederle il nome ma non lo faccio, eppure sarebbe semplice, semplicissimo…anche solo per la scusa di una foto rubata. Avrei dovuto.

Avrei dovuto. Lo so.