Monthly Archive: aprile 2017

Momenti

Giornate intere le passo con pensieri fissi, a volte uno solo…e tutto il resto mi scorre a fianco deviando come flussi areodinamici sul paraurti di un auto, scivolano cosi veloci che quasi sembrano linee luminose che si espandono verso la vista periferica. Mi accorgo solo dopo un po’ che non presto attenzione, che non ascolto, che chiedo “Cosa?” per l’ennesima volta, come se avessi tenuto la testa sott’acqua, suoni ovattati. Quando c’è il sole poi, quando sento la pelle che brucia , il pensiero è unico

 “Non manca molto all’estate”

Non ricordo esattamente quando, era tanto tempo fa, forse in prima superiore…la professoressa ci fa scrivere un tema, dobbiamo descrivere noi da grandi e la cosa ci diverte un sacco. Ci mettiamo d’accordo l’un l’altro, ci inseriamo nei vari racconti. Siamo adulti di successo…io scendo da un aereo che ho pure disegnato, salgo su una spider con gli altri, ci andiamo a divertire.

Nessuno che descrive una vita normale, semplice, felice.

Nessuno che ha paura.

E ora eccomi qua. Non ho disegnato aerei, ne automobili…i miei compagni di una volta li vedo pochissimo. Non salgo su spider verso improbabili feste…in realtà sono seduto su un muretto che sta a 3 chilometri da dove vivo e dove sono cresciuto in questi precedenti 33 anni. A volte mi sento tranquillo, altre in ansia, altre solo. A volte mi piace andare in giro ad esplorare i posti con la musica nelle orecchie…altre amo saltare ai concerti con gli amici. Mi manca il mare, sempre. Voglio bene alla mia famiglia ma l’amore che prendo non mi basta mai e se dovessi riscrivere quel tema oggi, se dovessi immaginare di nuovo il me stesso ideale, allora scriverei…

“Mi sveglio. Fuori c’è il mare ed è una bellissima giornata”

Non riesco ancora a pensarmi felice, la felicità è ancora qualcosa di troppo grande e complicato per me, un concetto da chiarire con troppe cose che ancora non comprendo, da quelle molto piccole a quelle molto grandi e quei piccoli momenti di dubbio e panico anche…più di tutti fanno riflettere, quelli.

Dentro la vasca, la mattina quando mi faccio la doccia, ad esempio, c’è un momento in cui ho paura. Soffione in mano e acqua calda che esce e io immobile con qualche motivo dentro che mi impedisce di buttarmela addosso, come se potesse farmi male o darmi fastidio. Succede solo nel mio bagno…non ho nessun problema nei cubicoli o nelle vasche di hotel o di parenti e amici. Un trauma del passato? E’ successo qualcosa? Oppure è solo il ricordo di quella prima volta che hai avuto ‘paura’ di una cosa cosi stupida? Derivato di un derivato? Te che ti fai il bagno nei mari ghiacciati spaventato da dell’acqua calda…cosa ti succede?

Dubbi, piccole cose, momenti scollegati dal continuum spazio temporale che impiego in situazioni inventate assurde, paranoiche e disturbate. Il finestrino destro della Lupo ancora non va quindi immagino che mi fermino lungo la strada, la polizia…e scende l’agente e mi tamburella sul vetro ma ovviamente non posso aprire e quindi io apro la portiera.

Di solito finisce con un agente che mi spara in un giorno di pioggia, autostrada, piazzola, asfalto nero, notte.

Basta poco. Una foto, una frase, un ricordo. Quel che è bello si trasforma, riesci a sabotarti facilmente con il minimo dell’impegno. Sai che soffri il caldo ma ora stai bene, in compagnia di tutti. Ma ne sei sicuro? Perchè forse hai caldo invece, ed inizi a sudare. Com’è possibile se stavo bene due secondi prima?

Ieri, il salone illuminato da luci alle pareti, e vorrei parlare con quella ragazza che balla il tango…bella forse bellissima, maglietta in pizzo e gambe chilometriche seduta con aria malinconica li sulla destra, in mezzo a due donne più vecchie…triste perché tutti danzano e lei no forse, ma questo lo penso io…uno si fa coraggio e la invita e tutto cambia, sorriso e si vede che brucia dentro per il ballo, i capelli neri che quasi si gonfiano.

Vorrei chiederle il nome ma non lo faccio, eppure sarebbe semplice, semplicissimo…anche solo per la scusa di una foto rubata. Avrei dovuto.

Avrei dovuto. Lo so.

 

TrapAdvisor: se l’indirizzo è diverso, allora è una trappola.

Ci ritroviamo in una sottospecie di provincia di Marrakesh ma con più asfalto, gente buttata di fronte a serrande arrugginite e abbassate che si ubriaca…già mi pare di sentire i vicini “Non sono razzista ma…”…vecchie che spiano da fessure alte un millimetro incorniciate da tapparelle blindate di metallo, una stazione poco più in là, parcheggi larghi con macchinacce polverose parcheggiate, alcune senza ruote, altre con specchietti divelti…davanti a noi un cancello e una palazzina anni ’60 squadrata, insulsa, un elenco di nomi sul citofono con settantotto consonanti e due vocali che sembra quasi quel gioco in cui devi trovare le parole con un senso cercandole anche in diagonale…facciata color marronevogliomorire, infissi con sbarre e finestre chiuse, un giardino disseminato di cespugli di rose senza fiori, cipressi, piantacce che se devono dare un’aria migliore proprio non ci riescono, una panchina sgangherata messa di fronte ad un recinto di rete verde stranamente sottile, assolutamente non protettiva, praticamente trasparente.

“Vuoi dirmi che il posto sarebbe questo?”

“Eh…”

Che la chiamata della tipa era sembrata sospetta a pensarci bene

“No ascoltate…ma a voi vi cambia qualcosa se invece che in questa struttura vi mando in un’altra?”

Immagini che le cose non cambino…insomma…prima struttura ben votata su TripAdvisor, stellette, foto colorate di colazioni mirabolanti, arredi giovani, gente che ride manco la pubblicità della Mentadent, il B&B dei sogni ad un buon prezzo.

“Si si…nessun problema” e tu che pensavi di stare a Soho ed invece ti ritrovi nei sobborghi del Queens, per fare un paragone

Entriamo dentro è sembra di stare nel set di Dark Water, un horror giapponese di una ventina di anni fa in cui c’è la gente che muore che ancora mi ricordo quando mia madre entrò in camera, TV e DVD a palla, dicendomi “Ma che porcherie ti guardi” …ma dieci minuti dopo era li con me per vedere come finiva e immaginatevi l’atrio di un edificio abbandonato, in cui nulla entra da decenni, un’aria come di polvere sospesa e grigiume applicato alle pareti con mano abbondante. La nostra stanza è al primo piano…la porta di casa protetta da una grata verniciata di bianco che tanto mi ricorda le prigioni dell’Asinara. Ci apre tale Priscilla che già ci aveva inviato nel pomeriggio un bellissimo messaggio “sodo Priscilla”…immagino volesse scrivere sono…le rispondiamo con un messaggio chiedendo info…non risponde. Una donna bassina Priscilla, sulla cinquantina, occhiaie che arrivano al mento, sguardo tra lo sconforto e il mortificato, pelle in toni di grigio.

“Piacere…Priscilla”

“Vorrei crederci”

“Cosa?”

“Piacere”

Recensioni dispersive: La Bella e la Bestia

Hanno messo il film in tipo 3 sale e forse anche lo sgabuzzino delle scope, che visto il cinema di merda dove lo vedo non sarebbe nemmeno cosi strano…multisala, multipopcorn, cessi, bar, distributore delle patatine, 2 sale serie e le altre 20 con gli schermi da 17 pollici.

In un paio usano anche il tubo catodico.

Ora, il fatto che io non possa vedere “The Red Turtle” perchè la Bella e la Bestia deve stare in mille sale contemporaneamente mi farebbe già incazzare di suo ma va beh, mi tocca andare a vederlo perchè Sorella è dichiaratamente superfan del cartone, tutte le battute a memoria canzoni cantate alla perfezione e io, l’ho costretta a vedere Rogue One, cosi siamo pari.

Scelgo lo spettacolo del lunedi alle 17:10 per evitare frotte di bambini festanti urlanti piangenti anche perchè per domenica e sabato, ad ogni ora e sala, di disponibili c’erano giusto due tappetini del bagno posizionati lateramente in basso con estintore da tenere tra le gambe mentre il lunedi, siamo in 6 in totale nella sala quella grande, sala Giove…ed entro, in perfetto orario, popcorn giant che dovranno consolarmi e produrre endorfine per le prossime due ore.

Frenesia Approssimativoide

“La macchina va a 3 cilindri…”

“Ah perchè…ne ha di più?”

Il mio meccanico crede che faccia il simpatico ma io proprio ne ero convinto che ne avesse solo ‘3’ la Lupo, tanto è piccola, scomoda e lenta e no…

“…no che non me ne sono accorto che andava lenta…fa da zero a cento in meno di mezz’ora e se una macchina è più lunga di un motorino evito il sorpasso…ti pare che mi accorgo che sia lenta?”

Credo sia questione di relatività, come quando stai su un treno e ti sembra comunque fermo, che sia a 60 o 300 km/h.

A lavoro ci vado a piedi dunque, 3 chilometri e qualcosa, strada piacevole nonostante i piloti in zona che non guardano all’interno curva per l’eventuale presenza di esseri viventi, rischio la vita. Sali e scendi continui utili a stimolare il metabolismo, tre-quattro cantieri, un paio di chiese e cimiteri, una pista di kart, del verde.

Prima di uscire, ovviamente già in ritardo, mi assicuro di avere:

– iPod
-Cuffie
-Cazzillo cinese che ricarica cose elettriche

Che sarebbe troppo facile mettere a ricaricare tutto il giorno prima e non all’ultimo momento e quindi prendo ed esco di casa, senza chiavi e mi chiudo la porta alle spalle e faccio un chilometro prima di mettermi le cuffie, forse per godere gli amabili rumori della neo-ferrovia in costruzione o dell’abbaiare inferocito del numero infinito di cani che mi odiano nel vicinato, neanche usassi un deodorante al gusto gatto.

Ci metto 3-4 minuti a riuscire ad infilarle decentemente nel padiglione auricolare destro…queste le vendevano con tipo 30 tipi diversi di padiglioni, forme, dimensioni, colori, materiali…al punto che pure un elefante riuscirebbe ad infilarle eppure, a me cadono comunque. Ho un problema con il mio lato destro, evidente, ma in un qualche modo le faccio stare in equilibrio precario e premo il tasto di accensione, che queste sono wireless e fighe.

E scariche.

“Però hai il cazzillo elettrico cinese” mi dico, “che tu sei uno furbo” mi dico…lo prendo dalla tasca con il ghigno di chi ha davvero capito tutto…“tu si che sei bravo ed intelligente” mi dico e premo anche il pulsantino per provare la carica, 4 led blu su 4 accesi, massima potenza, carica per ore ore ore,” ti ci fai tutta la discografia dei Pink Floyd di fila per 3-4 volte volendo” mi dico, “Yu-Uhhh!!” dico

Il cavo però, “lo hai lasciato a casa” mi dico. Raggelato, panico. Nervoso, ravano per mezz’ora nei 3 centimetri quadrati del mio zaino come se un cavo USB fosse una specie di serpente super-intelligente che passa il tempo a creare piani di fuga e nascondersi.

“Giorno 32 della mia prigionia: stupido umano…ho costruito un gancio utilizzando una graffetta che hai lasciato qui dai tempi delle medie e l’ho legato ad un capello di tua mamma che ho intrecciato con delle fibre prese dalla spallina scucita…ho dovuto solo aspettare che tu ti distraessi per srotolarmi…arrampicarmi fino alla tasca superiore e con un movimento a pendolo, riuscire ad infilare il gancio nella cerniera….incredibile che ci sia riuscito senza braccia e senza pollici opponibili ora che ci penso…ma che importa…Ora sono libero…libero! AHAHAHAHAA”

Cerco in alcuni angoli che a stento ospiterebbero un coriandolo non volendo far morire la speranza per nessun motivo.

Niente.

“Il mio problema non è nemmeno la fretta ma l’approssimazione” penso…non eseguire i giusti step. Non è fretta ma è frenesia…che se anche gli step li fai tutti giusti, in sequenza, seguendo il piano, qualcosa ti dimentichi anche se lo avresti il tempo, per controllare e controllare per bene. Impreciso.

Non si cura la Frenesia Approssimativoide…è genetica e te la porti appresso finchè muori. Significa che preparerai la valigia il giorno stesso della partenza dimenticandoti le cose importanti tipo le mutande, uscirai di casa senza chiavi in tuta e troverai fuori solo mocassini di pelle da infilarti, cercherai notizie su quel concerto che volevi tanto sentire e scoprirai che era giusto ieri ed è stato bellissimo, porterai la macchina a controllare giusto due giorni prima della partenza, con i finestrini che già non vanno e…

“La macchina va a 3 cilindri…”