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È incredibile quanto in fretta arrivino le sette

“È incredibile quanto in fretta arrivino le sette non pensate?”

Sono in un bar. Dentro perché fuori piove e sembra inverno anche se ancora manca un equinozio. Son dentro quattro mura diverse dal solito perché il “fuori piove e sembra inverno” si è portato via il sole e la mia linea telefonica a casa e ve lo dico, non ho voglia di leggere. Ne ho una pila, ma non ho voglia di leggere. Libri a metà, meno della metà, quasi finiti, sequela infinita di scontrini come segnalibri infilati dentro, qualcuno con ancora le lire sopra, altri cosi scoloriti che a stento si intravede qualcosa ma che comunque non mi impegnerei a decifrare perché l’ho già detto, non ho voglia di leggere. Mi manca da un po’ la voglia di leggere e a casa mi manca internet da stamattina. La mia stanza senza internet è vuota nonostante le pile di libri.

“Se hai due macchine e devi uscire con una ragazza…la scelta dipende solo da una cosa: se con questa ci devi ancora scopare o ci hai già scopato. Se ci hai già scopato prendi la più comoda per scoparci dentro…se invece devi ancora scoparci, scegli la più pulita o la più bella capito?”

“Capito”

Non ho nemmeno una gran voglia di bere. Il senso di prendere l’ennesima coca zero con il ghiaccio perché sono ancora quasi le sette ed è troppo presto per il rum e in teoria è ancora estate e quindi è troppo presto per abbandonare il ghiaccio, non lo trovo. Perché non prendo una cioccolata? Quando te la fanno gli altri è buona…non è quella merda che mi preparo da solo.

“…ora…ci sono ste due ragazze no? Ed è un casino gestirne due quando c’è un’amica di mezzo che conosce entrambe anche se fra di loro non si conoscono…un vero macello…a te ti è mai capitato?”

“Una sola volta…all’asilo”

Tra i ricordi più antichi che ho, ci sono io che rompo le ruote della mia macchinina preferita nel salone dei giochi dell’asilo. Poi la mia macchinina arancione persa nel divano di mia zia e mai più ritrovata. Poi il camion dei pompieri, che io ricordo grande enorme e con un sacco di cose che si muovevano, ricordi ingigantiti dal dramma della perdita. Se avessi dovuto scegliere su quali dei tre scoparne una sicuramente avrei scelto il camion. A volte penso che sarebbe figo arrivare alla prima di un film, da personaggio famoso, e arrivarci in camion o trattore. Dare le chiavi al ragazzo del parcheggio chiedendogli di fare attenzione al rimorchio o all’aratro.

“Rimorchio? Chi hai rimorchiato?”

“Scusa…parlavo tra me e me”

“Beh…perché neanche a farlo apposta io l’altra sera…”

L’altra sera. Le avvisaglie di un freddo imminente l’altra sera. Infilarsi la giacca. Chiudere la finestra di notte. Quel mal di gola. Bevo l’ultima goccia di Coca deviando tutto verso quell’angolo infiammato. Avrei dovuto ordinare un the, che quando te lo fanno gli altri è sempre più buono. Farci mettere del miele. Farsi portare una sciarpa che quando te la uncinettano gli altri è sempre più bella di quando te la uncinetti te. Farsi portare la ricetta per uno di quegli spray magici o caramelle balsamiche che sembrano gioielli, blu traslucenti.

“…no è che alla fine non mi piaceva…ero stanco di starci assieme. La verità è quella. L’ho vista l’ultima volta alla libreria…ci siamo salutati e bon…”

Saluto il tavolo, sono stanco. Cammino verso la mia macchina anche se vorrei che fosse un camion. Tornerò alla mia stanza con troppi libri e troppo poco internet. Forse andrò a dormire presto. Forse mi farò un The anche se non sarà buono come quello di un bar. Forse per una volta dormirò profondamente e mi sveglierò solo domani mattina, sorprendendomi di quanto in fretta arrivino le sette.

Un tranquillo sabato al mare

Vado a dormire ad orari improponibili svegliandomi al primo strillone che urla “Pesce! Pesce! Pesce!” o quell’altro in macchina, che in 30 anni che lo sento non ha mai cambiato l’altoparlante e che se anche recitasse la Divina Commedia alla perfezione si capirebbe comunque e solo “Bambarembebeeeeurrr” gorgogliante ed ecoeggiante tra le vie del mie paese.

Mai capito cosa venda.

Il pomeriggio al mare, sabato, precisamente tra le 12.30 e le 14.30, quando la spiaggia da morbido rifugio estivo si trasforma nel deserto radioattivo di Mad Max, è il momento giusto per dormire quel paio di ore che mi permettano di andare avanti fino al prossimo giorno. Sempre che, non sia circondato da una schiera di personaggi che turbano il mio equilibrio psicofisico.

Come il bagnino che ho a pochi metri di distanza, esteticamente più simile ad un esperto di Carbonara e agonista in gare di mangiatori di anguria e maionese che un baluardo del salvataggio marittimo, nonostante il salvagente già incluso nella struttura fisica in zona ombelico. Nel suo doppio ruolo di salvatore di vite (“Tranne la sua!” urlano le coronarie) e gestore dello stabilimento balneare, strilla continuamente ordini a ragazzi-schiavi sottopagati che occupano abusivamente la spiaggia alla prima famiglia che si leva dal cazzo rubando un altro pezzo di sabbia pubblica, di corsa, sfoderando uno strano aggeggio per fare i buchi da cercatori di petrolio. Buchi in cui infilano un megaombrellone con tanto di tavolino integrato e due sdraio larghe quanto un pannello fotovoltaico industriale.

In una sorta di catena di favori di stampo mafioso, in poco tempo 30 suoi parenti e amici occupano gran parte della spiaggia libera creando una tendopoli che odora di melone e nduja e dove l’unica legge è la loro.

La lingua è incomprensibile ai più.

Le famiglie attorno non sono meglio. Una ha un branco di pargoli che urla “Onde più alte! Onde più alte!” credendo di spronare la natura a fare meglio di queste ondine da due metri con magari uno Tsunami quando pesano 50 kg se messi tutti assieme, bagnati, dentro un sacco di liuta e verrebbero spazzati via da un vento a 0.5 km/h, figurarsi da un’onda. Vorrei suggerirgli di provare a spronare Dio urlando una bestemmia per insegnare il metodo, ma mi contengo.

Quella alla mia destra invece, ha dei problemi con la prenotazione su Booking ma si trova nell’unica spiaggia della zona con la stessa copertura di rete del lato oscuro della luna.

“Houston abbiamo un problema con quel B&B ad Alghero…non è arrivata la mail di conferma”

Questa cosa la manda in bestia e quindi sbraita e maledice operatori telefonici e celle satellitari neanche fossero patroni di qualche villaggio dell’entroterra, San Vodafone prega per noi. Nella disperazione più totale, cerca il supporto del marito, una specie di campionario dei 10 metodi più stupidi per ustionarsi in vacanza, spiaggiato come un cetaceo su una sdraio con sopra un coraggioso asciugamano della Kinder che a stento lo contiene e sotto tre ombrelloni che “Dracula levati!” dall’ombra che c’è li sotto. Il buio. Tenta di calmarla gesticolando evitando che i suoi arti tocchino la luce che ormai è sicuro, lo ridurrebbe in cenere almeno quanto la moglie. Se non ci fosse ‘audio’, la scena si potrebbe leggere come una donna che impreca contro il mondo per la sfortuna del suo uomo lebbroso.

Circondato da disagio e fastidio non posso che rifugiarmi in acqua sperando che Dio Nettuno sia più clemente di quello celeste ma oggi è evidentemente la giornata della sofferenza e quindi ecco altre famiglie ma stavolta con i pedalò, e nemmeno quelli base di quando ero piccolo io, che in pratica erano delle zattere non-biodegradabili che negli anni avranno fatto fuori 300 specie diverse di fauna marina, ma Pedalò-catamarani alti 3 metri dotati di scivoli degni di un aquapark, fucili ad acqua con pressione 300 bar, Soundbar da 4000 Ampere caricata a Reggaeton.

L’idea di un classico bagno da vecchio di merda viene infranto da partite di Acqua-volley, MILF in pose instagrammabili e tutta la flotta di Pedalamarani che sembra in procinto di emulare Dunkirk.

Sconfortato e confuso, esco dal campo di guerra proprio mentre la flotta a babordo decide di attaccare le navi a tribordo e le truppe appena sbarcate, attaccano con i loro superliquidator.

Decido di andarmene raccogliendo i miei stracci e il mio ombrellone. Lo spazio viene subito conquistato dal clan del Bagnino in meno di dieci secondi che “ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost”.

Mentre sono sulla via del parcheggio, sento il cellulare che vibra

“Domani sono a casa…mare?” mi chiede Michela.

Domenica. Agosto. Io che non imparo mai nulla da miei errori. Cosa potrà mai andare storto?

“Certo” le dico.

Questo titolo è solo una scusa per scrivere ‘Pedissequamente’

“È assurdo, stupido, incoerente”

“No che non lo è. Se butto la gomma da masticare sull’asfalto mentre guido, quella è impossibile che vada oltre…mica rimbalza…resta lì quindi non sto distruggendo la natura…sto solo aggiungendo ad un qualcosa di artificiale e umano, la strada, un componente biodegradabile che finirà sotto qualche altra gomma non biodegradabile anzi inquinante, pneumatico, senza recare danno alla natura…ipoteticamente sta purificando il pneumatico, gomma cattiva contro gomma buona…dovrei sputarne 400 pacchetti anzi, per fare un lavoro fatto bene…un lavoro filosoficamente etico, inappuntabile, green, un’opera d’arte moderna” 

“Mah…veniamo proprio da due mondi diversi…sembra proprio che non te ne freghi un cazzo di quello che ti dice la gente…come con la faccenda delle tue canzoni di merda…” 

“Se la canti a squarciagola in macchina mentre guidi senza vergogna non può essere una canzone di merda. Scientificamente provato anche se si tratta della lista della spesa su base dubstep o peggio, neomelodico napoletano. Che poi non so se hai notato che sono un vero uomo, la ascolto a volume 63 che è il massimo consentito dall’autoradio prima di essere perseguibile per legge e con i finestrini aperti e il vento che smorza tutto ma quando poi li chiudo e il suono si amplifica io quella cazzo di rotella non la tocco, rimane tutto a 63. E non ho nemmeno la vostra sindrome di abbassare il volume o cambiare canzone quando al semaforo affianchi uno e avete vergogna di quello che state ascoltando, non volete che gli altri sentano la sigla di Hello Kitty anche se la urlate sotto la doccia o la ballate mentre pulite casa ogni giorno, siete ridicoli” 

“Beato te che il giudizio della gente non ti scalfisce mai che ti devo dire…” 

Va che poi non è vero che non ci penso al giudizio della gente, sono umano pure io che ti credi…anche se mi fa schifo esserlo. A volte ad esempio sto zitto perché  ci sono cose che non puoi spiegare…che vanno oltre la normale capacità di comprendere. Ti ricordi al distributore no…quel ragazzo esce dal gabbiotto e viene da noi…gli dico di controllarci l’olio e il liquido del radiatore…c’è un sacco di vento e la porta del gabbiotto rimane aperta perché lui ci ha appena appoggiato sopra lo scopettone con naturalezza e lo vedi che è davvero troppo verticale quello scopettone messo in quel modo e che c’è davvero un sacco di vento. Mette 1 chilo di Olio Castrol e ci dice che ci lascia il resto della bottiglietta ma io non lo ascolto perché c’è troppo troppo vento e vedo quella porta che oscilla e vorrei dirglielo che fra poco lo scopettone cadrà perché sembra così evidente ma allo stesso tempo, l’ha appoggiato con cosi tanta naturalezza che mi viene spontaneo pensare che lui ne sappia più di me…che sappia qualcosa che io non so? E se parlo e glielo faccio presente e poi ci faccio solo una figura di merda? Un ragazzino che mi insegna come si vive con uno scopettone messo in verticale e io perderò tutta la dignità e il rispetto che mi sono creato quando prima mi ha fatto vedere l’astina dell’olio per chiedere conferma che andasse bene e io gli ho detto ‘sì sì’ anche se io non ne capisco un cazzo di ste cose ma ho fatto finta di si…che dovrebbe essere come leggere l’orologio per un uomo ma no…io non ne capisco un cazzo ma ho fatto finta di si ed eccola però, la sferzata di vento più forte che arriva e il ragazzino nemmeno ci ha pensato eppure era cosi evidente che sarebbe successo…l’idiota…vedrai che ora sente il botto della porta che si chiude e farà uno scatto dallo spavento perché vorrà vedere cosa è successo e si frantumerà la testa contro il cofano dell’auto perché ha ancora gli occhi e le mani su quella bottiglietta di olio che ci sta mettendo una vita e mi dirò tra me e me ‘lo sapevo’ ghignando perché per l’ennesima volta ho visto il futuro. La sferzata di vento decisiva come quando da piccoli si contavano le onde fino a dieci per aspettare quella più forte…io mi ricordo che funzionava così…e adesso siamo al momento della resa dei conti mentre il ragazzino ha ancora la testa nel vano motore che rabbocca olio. Il vento spinge, vedo lo scopettone che fa leva come se puntasse i piedi per terra contro una forza inarrestabile e mi sembra troppo evidente che debba cadere per forza e che quella porticina andrà a sbattere facendo un gran casino...”

“…e invece…flette flette flette il manico e spinge spinge spinge il vento e la porta si lamenta ma nulla, la natura si arrende inspiegabilmente in quei pochi istanti ad uno scopettone e la sua innaturale posizione, la porta balza indietro come contro un muro di gomma…la fisica che farebbe invidia ad Archimede sciorinata con disinvoltura da un ragazzino che crede di saper solo mettere benzina e leggere l’astina dell’olio quando impegnandosi potrebbe lanciare razzi verso la nube di Oort.” 

“Quindi come vedi, non sempre dico quel che penso…soprattutto se per qualcuno sto sopra dei gradini dorati perchè sono quello che sa le cose e come vanno a finire.”

A volte invece proprio mi dispiace rovinare la vita alle persone, trovandomi sensibile all’improvviso. Ero al mare, e vedo un vecchio risalire dalla spiaggia verso la strada. Si siede sul muretto mentre dietro, nipoti e moglie se la prendono proprio comoda a prepararsi. Quel vecchio rimane 20 minuti ad aspettare che il resto della famiglia si levi dal cazzo visto che a quest’ora si mangia…e l’aspetta girato verso il parcheggio e non verso il mare. Potresti stare li a goderti uno degli ultimi tramonti della tua vita che forse muori stanotte solamente stando seduto girato di 180° ma no…20 minuti fermo a guardare il culo di una Skoda Octavia Wagon…dimmi come fai ad andare a fargli notare una cosa così…metti che poi capisce di averlo fatto per 40 anni ogni mese di agosto…una media di 10 minuti di attesa per fai, 20 giorni di mare, sono 8000 minuti…133 ore passate a guardare un parcheggio invece che il mare…glielo dici e quello parte con il pianto o peggio un infarto” 

“Ma Cristo…magari stava girato perché ha problemi agli occhi e si era dimenticato gli occhiali da sole. Hai sta fissa delle teoria senza senso come quella cazzata del distributore…” 

“Quale?” 

“Non ti ricordi? Tornavamo a casa, pieno da fare…superstrada. Passiamo il primo distributore ma no…costa troppo. Il secondo no… non può esistere un distributore con questo nome, non mi fido. Poi arriviamo al terzo, quasi a secco, il cartello indica 1.559 per la benzina, 5 centesimi in meno e tu no tiri dritto perché per te chiaro che si tratti di una trappola…perché d’altronde fare 5 centesimi in meno degli altri quando sei l’unico distributore per 40 chilometri? Deve essere per forza un trucco per attirare vittime da sezionare squartare e seppellire nei depositi di carburante della pompa 4 non funzionante…che chissà quante coppie di sfortunati turisti tedeschi ci sono cascati e guarda che è sicuro che li dietro ci trovi un cimitero di auto e a quel punto è proprio come fare 2+2…ma dai…a chi potrebbe venire un’idea…un pensiero malato del genere?” 

“Non a te evidentemente…ecco la differenza che c’è tra di noi. Tu ragioni pedissequamente” 

“Questa risposta è solo una scusa per usare la parola pedissequamente vero?” 

Non rispondo. C’è uno strano piacere a fare gli ultimi chilometri in silenzio quando ormai il sole è tramontato. A volte usi gli abbaglianti e i segnali si illuminano di colpo. Sorpassi al buio su macchine più lente. Spegni anche la radio, il finestrino di destra leggermente aperto che risucchia l’aria in vortici rumorosi che fanno compagnia. Quando arrivo a casa parcheggio, giro la chiave e il motore si spegne. Giro il pulsante delle luci e anche il quadro rosso, si spegne. Non esiste il silenzio totale…riesco a sentire il ‘tic tic’ del motore che si raffredda. Rimango in macchina ancora qualche minuto prima di uscire e chiuderla.

Non è male guidare da soli.

L’umiltà di sentire freddo

L’abbassamento drastico delle temperature qua nel nord d’Italia, mi ha fatto ricordare di un problema che mi trascino da anni: il termosifone in camera da letto non funziona.

Dovete sapere che il termosifone ad acqua è una creatura semplice, gli si infila un tubo da una parte da cui entra acqua calda e gliene si attacca un altro per fare uscire l’acqua che si è raffreddata. Il termosifone è tra le creature di Dio più semplici. Un termosifone non vi chiederà mai che ne so, delle scaloppine al limone invece dell’acqua e nemmeno un McCallan invecchiato 30 anni. Neanche un Jack Daniels, solo acqua.

Negli anni, non gli ho mai fatto mancare nulla al mio termosifone, ma nonostante l’abbondante calore dell’acqua che la mia caldaia gli fornisce, lui non ne vuole sapere di scaldarmi la camera. Esperti dicono che potrebbe avere del calcare, una malattia che assomiglia vagamente ad avere le arterie intonacate di colesterolo cattivo e burro. Esperti dicono anche che dovrei disfarmene e prenderne uno nuovo, cosi da evitare di dover mettere un appendiabiti all’ingresso della camera da letto con le giacche e le felpe pesanti, neanche fosse la porta d’uscita verso il mondo brutto e freddo che sta all’esterno di una baita in Alaska.

Gli esperti hanno ragione ovviamente, ma sapete qual è il problema? Me lo dimentico. Lo metto quotidianamente in lista tra le cose di cui occuparmi, ‘numero 13 nell’odierno elenco dei problemi da risolvere’. Solo che non ci arrivo mai a quel numero 13. Ogni tanto guadagna posizioni quando la stanza diventa ottima per la conservazione dei surgelati o quando mi sveglio con il raffreddore o quando mi cambio e sembra che lo stia facendo in centro Londra la notte di Natale, ma il pensiero dura il tempo di un cambio di stanza ed ecco che il tepore tropicale del resto della casa soffoca il pensiero con un soffio di aria calda.

Lo noto solo quando davvero ci faccio caso, cosi soggiogato dall’abitudine delle cose che non funzionano o che funzionano solo al 20% e che a volte basta, come quando lo tocco e sento un leggero tepore e quasi mi accontento di quel differenziale di temperatura minimo che non scalda manco per il cazzo.

“Ma si, dopo ci penso” ed ecco che il problema non diventa così essenziale, gli anni passano e il problema viene spostato nel sotto-tappeto, dove metti tutte le cose che dovresti risolvere ma che non affronterai mai e li rimane, perennemente fuori dalla top ten, un vecchio pilota di formula 1 con una macchina di merda.

In quei rari momenti in cui do una sbirciata poco interessata e quasi disgustata al mondo sotto il tappeto, mi ritrovo a pensare che il tempo, sia una specie di muratore instancabile…uno che non punta alla qualità ma solo a costruire. Lui deve mettere mattoni su mattoni spennellando malta, il più in fretta possibile. La torre viene su storta e brutta, è evidente…e dall’alto vedi come pende tutta da un lato e noti i disallineamenti tra le mura…lo vedi chiaramente che ci sono dei mattoni storti sotto o che sporgono o che sono proprio mancanti e tu glielo dici chiaramente al tempo che…

“Sta uscendo una merda!”

…ma lui ti risponde “Ma si, fammi finire che poi quando scendo la aggiusto”.

Il problema è che né tu né lui avete mai pensato a costruire anche le scale.

TENTATIVO DI USCITA N° 5 – Giulia

Se c’è una cosa che non puoi dimenticarti quando vai in palestra non sono le scarpe, non è l’asciugamano e nemmeno la tessera dell’abbonamento ma il lettore MP3, perché ti salva le orecchie da quella playlist di merda sparata dalle cento casse messe in giro, un’accozzaglia orribile tra dance trash, pop di Tiziano Ferro e Reggaeton.

Sono rientrato in palestra post- quarantena, dopo aver perso 3 mesi di abbonamento chiuso in casa ad ingrassare con pizze, cannelloni e panettoni fuori stagione per l’occasione farciti di mozzarella e prosciutto, che lo zabaione mi veniva male a mangiarlo tutti i giorni. C’è un po’ d’ansia da prestazione: sono single (guarda un po’) ed entro in un posto in cui non conosco nessuno e anche se per colpa del Covid non frequento più tutte quelle zie che mi vogliono assolutamente sposato da almeno 15 anni, l’idea di trovare una ragazza mi stuzzica almeno quanto un arancino ripieno.
Ancora mi ricordo quando mi sono iscritto, a Febbraio, una settimana prima del lockdown. Giulia, così carina, mi propina un abbonamento annuale e io dico si. Anche all’assicurazione dico si. In realtà dico si ad ogni cosa esca dalla sua bocca perché accidenti, è proprio carina. Una settimana dopo tutto chiuso, neanche il tempo di iniziare ed ecco che il destino si intromette a sabotare quel briciolo di forza di volontà trovato a stento nel fondo del barile della mia anima.
Una sola settimana, passata a non capire nulla della scheda fatta dal personal trainer, che visto che non ho le tette riesce a dedicarmi giusto 1 minuto e 20 secondi per spiegarmi 30 esercizi da fare.

“Hai capito Sandro?”
“Mi chiamo Emanuele”

E dire che il nome sulla scheda c’è scritto.

Ma oggi sono di nuovo qui. Do un’occhiata in giro ma non vedo Giulia. In spogliatoio, mentre mi cambio le scarpe, tre ragazzi post-allenamento stanno parlando di…Filologia Medievale girandomi attorno a cazzo di fuori manco fosse un Rolex. Sarà che non trovo il mio cazzo particolarmente attraente ma a me non viene naturale sbattere il pisello ad
altezza occhi alla gente che si allaccia le scarpe. Per sicurezza personale metto subito la mascherina. Quando entro in palestra subito mi chiedo dove siano finiti tutti quei vecchi che monopolizzavano le ellittiche manco fossero cantieri estivi, li fissi a dislocarsi le anche guardando glutei di cemento e gambe dritte come fondamenta di una palazzina. Se i vecchi son spariti, i bicipiti e i culi però ci sono ancora e allora metto in atto la geniale strategia frutto di 3 mesi di pianificazione:

Regola N° 1 (che è anche l’unica regola che hai scritto…e questo sarebbe il tuo piano? Sei un’idiota…) ‘ad ogni affiancamento con qualche ragazza, sorridere e salutare’.

La cosa mi esce talmente innaturale che ogni “Ciao” sembra un colpo di tosse, un suono gutturale, un mezzo rutto cosa che mi rende ancora più sospetto.
E dire che nella mia testa tutto funzionava alla grande, e mentre io non riesco nemmeno a dire una parola senza soffocare, ecco un tizio tatuato alto due metri, che si avvicina ad una e le mette le mani sulle chiappe. “Fallo cosi l’esercizio”

Dai cosi non vale! Io non ho nemmeno il fisico per far finta di saperne qualcosa sul fitness. Anche se ci ho provato eh? In quarantena ho fatto due lezioni a casa ma ho smesso dopo 3 lampadari rotti, 4 dita spaccate sugli spigoli e 35 minuti di proteste della vicina. Così mi dico ‘allena la mente’,
e via di video motivazionali, ebook da 20 euro per 10 pagine di life-coaching, flash mob sulle terrazze, ‘andràtuttobene’ scritto a bomboletta sulla tovaglia ricamata della nonna e per cosa? Mi sembra di essere al punto di partenza.

E dire che le cose grosse dovrebbero aiutarti a dare la svolta. Un’esplosione nucleare, tu che esci vivo da un incidente, una pandemia. Dovresti renderti conto che la vita è incredibilmente breve al punto da spingerti ad urlare contro quei micro-problemi del cazzo dentro la mente, dovresti uscire,
andare in giro come il palestrato di prima a mettere le mani sulle chiappe di chiunque. Andare dal tuo capo, mani sulle chiappe “Voglio l’aumento”. Mani sulle chiappe al carabiniere “Si ok…220
km\h in centro abitato…ma non rompere il cazzo dai”
. Al buttafuori della disco…no no…forse a lui meglio di no.

E invece, sono qui da solo su questa Gluteus machine che manco so che cazzo fa mentre tutte queste ragazze sono già circondate da bicipiti tonici e addominali di marmo che sembra la fila al supermercato in periodo Covid

“Due etti di culo sodo grazie”
“Prendi il numero e mettiti in fila stronzo”

Ho il 232.

No niente fila, sapete cosa, me ne torno negli spogliatoi. Appena scendo dalla Gluteus machine un Grizzly largo come un pianoforte a coda ne prende subito possesso.

“Ah è cosi che va usata…”

Dentro lo spogliatoio, cambio scarpe rapido e mascherina su. Manco mi cambio la maglietta perché praticamente son stato dentro 3 minuti ed l’unico esercizio che ho fatto è stato disinfettarmi le mani. Appena esco però mi ritrovo il sorriso di Giulia che mi bussa dal vetro della
segreteria. Sta sorridendo proprio a me. “E grazie al cazzo”, direte voi, “tutte le ragazze che lavorano in palestra sorridono ai clienti”, ma lei no, quel sorriso è proprio per me. Si percepiscono queste cose. Un sorriso cosi contagioso che comincio a sorridere anche io, 12 denti, poi 24, fino ai 36 che non usavo dai tempi del Super Nintendo, Natale 1990. La sento che parla ma non so di cosa. La vista è come annebbiata, vedo solo il suo sorriso e i suoi occhi. Immagino che mi stia parlando di quando mi ha visto per la prima volta, del nostro futuro, di quanto le piacerebbe andare al lago assieme uno di questi giorni…

“…e quindi per questa cosa del Covid ti diamo altri 3 mesi dopo la scadenza
dell’abbonamento…ok?”

“Si” rispondo, qualsiasi cosa abbia detto e ormai convinto di averla ammaliata con il sorriso delle grandi occasioni la saluto e vado verso l’uscita, per una volta contento…almeno finché non mi accorgo di avere ancora su la mascherina.

“Cazzo!”

Andando verso la macchina mi rendo conto di due cose: che la palestra non fa proprio per me, e che continuerò ad andarci. Non certo per condividere attrezzi unti con gente sudata che comunica grugnendo, ma per quei venti metri che separano l’ingresso dalla segreteria, nella speranza di riuscire ad avere un sorriso tutto per me anche domani. Lo so che la mia mente da stasera ricomincerà a pianificare scuse per parlare con Giulia, ad elaborare piani per incontrarla o per farmi notare attraverso quel plexiglass usurato tipo rinnovare l’abbonamento per dieci anni o entrare per complimentarmi per il disco del Festivalbar 93 in filodiffusione quel giorno, ma è questa la realtà: i piccoli problemi, le piccole sfide della vita ritornano sempre anche dopo aver risolto quelle grandi. E con quelli ritornano tutti quei comportamenti che ci condizionano l’esistenza, ci ostacolano.

Sul balcone della casa di fronte al parcheggio, c’è ancora un telo con su scritto ‘Andrà tutto bene’ e mai come adesso, io non so come andrà. Non so nemmeno se qualcosa sia mai davvero andata bene visto che mi ritrovo ancora una volta immerso nelle mie solite paure. Forse però, potrei rientrare in palestra adesso, senza piani, contro natura, contro lo stupido spirito di sopravvivenza dei miei sentimenti.

“Ora entro, e la invito fuori, deciso. Ecco!”

Ho già aperto la porta, ci sono solo 20 metri…15….10…4…basta aprire la porta della segreteria e…”

“Emanuele! Emanuele”, mi sento chiamare, fuoriesco dalla mia immaginazione, di nuovo nella realtà.

“Emanuele!”.

E’ Giulia, mi viene incontro e io vedo tutto come al rallenty, ovattato manco una soap opera argentina scadente con tanto di colonna sonora neomelodica.

“Emanuele…” chiama ancora. Giulia sa il mio
nome e continua a ripeterlo, come fa a conoscerlo?

Si non me ne vado amore!” penso, ora che il destino ha deciso di dare una svolta alla mia vita, ora che è davanti a me con il suo sorriso…i suoi
occhi.

“Dimmi Giulia…cosa c’è?” quasi tremo dall’emozione…

“Tieni, ti è caduta la tessera”

Cinguettio para-sintetico, convulsioni, angeli.

Non ho memoria del peccato originale per cui merito questo contrappasso quotidiano. Da quel che ricordo, sono punizioni sensoriali che mi trascino fin dai primi veicoli personali, quelli giocattolo compresi. Che fosse un finestrino non funzionante, luci non collaborative, manopole con forti desideri di indipendenza, autoradio anarchiche, con ogni carrozza moderna in mio possesso fin dagli albori, ecco un fornito carnet di noie piccole e non abbastanza gravi da ricordarsi di sistemarle il giorno dopo…quelle noie di cui accorgersi solo al successivo penoso ri-affronto, similare a quando con punture di meduse sulle natiche, ecco che ti siedi su una sedia di vimini, completamente dimenticandoti dei regali che quei leggiadri sacchetti placentosi di merda ti hanno fatto dono. Dolore.

Lo scatolotto infame dove va ad inserirsi la cintura della macchina.. invece cosi ligia al suo dovere di salvarmi la pelle tenendomi stretto, continua a lamentarsi come un ossesso…che nel suo linguaggio semplice ma squillante dovrebbe voler dire che non può farmi guidare in pace finché la nobile cintura non è correttamente posizionata per fare il suo lavoro. Nonostante ripetutamente spinga la linguetta metallica al suo interno, anche con veemenza, lo sgraziato canto continua…che a questo punto i dubbi sopraggiungono, sovvengono…“che forse la spinta ritmica gli piace e allora son versi di piacere…o forse…gli sto davvero facendo male, e allora è lì che esprime il suo dolore”

“Biiiiiiiiip!”

Intuitivamente noto che le oscillazioni avanti-dietro tipiche della mia guida rallycentrica fatta di frenate al limite, limiti non sempre rispettati e che non si limita ad una semplice movimentazione da A verso B, visione davvero limitata dell’utilizzo di una vettura, sollecitano lo scatolotto infame ancora più del solito per cui ogni viaggio in automobile, diventa ormai un suo palese tentativo di scatenare importanti nevrosi e lampi di follia nel sottoscritto in cui inveisco contro il mini-cubo di plastica nero con l’accento rosso del bottone del rilascio-cintura che poi, a che serve dico io…mai visto un oggetto inanimato reagire con paura o sgomento a violenze fisiche, bestemmie, impropri, ninna nanne o rosari paleo-cristiani.

“Brutto figlio di puttana stronzo di merda che cazzo ti suoni BASTAAAAAA!”

Forse è il suo essere cosi vivace e squillante che mi fa credere, sbagliando, che sia vivo e potenziale mio nemico o solo, non cattivo ma semplicemente molesto, come può essere un bambino piccolo altrui o un ultras di una squadra di mezza classifica. Come giungiamo a dare connotati umani ad oggetti chiaramente senz’anima, chiaramente non in vita, chiaramente non a base di carbonio e non-dotati di sistemi di respirazione e cervello, chiaramente derivati da materiale plastico vario?

“Brutto bastardo!”

“Biii-Biiiiii-Bi-Biiiiiiiip”

Eppure, deve esserci un’anima in quel piccolo contenitore…e se non anima, dell’odio, infuso nel processo di stampa PVC in quantità incredibile, denso come una singolarità quantistica. La malvagità lo fa procedere tronfio nella sua cantilena, senza rispetto di ritmiche, ottave, metronomi mentali. Non vi è una categorizzazione possibile in stilemi musicali conosciuti che ne so, Drum & Base…Rock…Techno, perché trattasi di un “Biiiiiip” altamente irregolare, incostante, non-tecnico, talvolta spezzettato, aritmico, ipofosiaco, qualsiasi cosa voglia dire, se esiste, il termine.

Un giorno di particolare lucidità sia mentale che meteorologica però, trovo la speranza di una forse meritata, o forse immeritata salvezza e se non salvezza almeno sollievo. Una parziale soluzione con certa musica, non tutta, una in particolare, forse inconsciamente messa apposta su un cd masterizzato anni addietro e denso fino al bordo esterno di scrittura, di mp3 di dubbia omogeneità. Una traccia, la numero 67, come un angelo custode che scende a salvare l’anima persa, una dose di morfina a chi annega nel dolore. Una traccia riprodotta a nemmeno cosi alto volume, incredibilmente con vibrazioni sonore insite che riescono a contrastare tramite risonanza il fischiettio malefico dell’uccel-cubo plastico nero-rosso infilato a destra del mio sedile, che ancor cinguetta bello primaverile senza considerare che MI HA FRACASSATO I COGLIONI, che ancor vocalizza nonostante botte, parolacce in più lingue, scongiuri che a nulla valgono, minacce che nulla possono e che niente fermano. Ma quella traccia, 67, ecco…il dono divino, messa in ripetizione ormai in ogni viaggio, la mia morfina dopo giorni di dolore mentale, annulla come se fosse la sua nemesi, l’odioso cinguettio para-sintetico.

Ma poi la mente, si rivela per la sua reale natura malvagia, auto-sabotatrice, infida. Tra le dolci note a volume impossibile della droga-traccia 67 che si diffonde fuoriuscendo dai finestrini in tutti i paesi in cui passo, cosi squillante da far concorrenza a chi compra rottami e vende verdura, spesso nello stesso camion, ecco che la mente va a ricercare il “Biiiiiip” ormai quasi impercettibile ma che con sforzo masochistico della materia grigia pian piano riemerge. Viene isolato da cerebro tramite ricerca ossessiva e amorale. Più va a fondo nel suo scandagliare le pieghe del suono, più qualcosa rispunta dal Maelstrom di chitarre e tastiere diffuso tra le quattro portiere dell’autovettura. Proprio come una vedetta in cima all’albero maestro e il suo naufrago da trovare nel mare in tempesta…impresa da eroe, di quelle impossibili ed invece eccolo li, piccolo fra le onde il naufrago e giù la scialuppa, uomini andate a prenderlo, tiratelo a bordo, sei redivivo Lazzaro, figlio prediletto tiè, mangiati un po’ di zuppa e beviti del Rum. Strano come il cervello complotti contro di te e come alla fine riesca a salvare quel suono-naufrago circondato da onde-sonore rock che riemerge più forte di prima, con una carica nuova, quando ci sarebbe solo da vederlo affogare con gusto, vederlo sparire per sempre negli abissi, per far dissipare finalmente quella rabbia che mi si costruisce, dentro, ad ogni inesorabile, infinito…

“Biiiiiiiiiip”

TENTATIVO DI USCITA N° 4 – Marte, corsa, multiverso

L’atmosfera è densa di CO2, il sole picchia come se in assenza di atmosfera, il terreno duro e spaccato trasuda ostilità nera. Il respiro affannoso, senza ossigeno che accidenti, mi sento dentro un film revenge-horror americano di quelli in cui vieni interrogato con un calzino sporco in gola. La protezione che indosso è progettata per impedire qualsiasi accesso degli elementi pericolosi esterni, costruita strato su strato, fino a creare un’armatura in grado di filtrare particelle radioattive, tossiche, virus. Probabilmente anche elettroni.

Marte? Tuta spaziale?

TENTATIVO DI USCITA N° 3 – Supermarket e tessuto spazio-temporale

Nastri bianchi e rossi portano fino all’ingresso della struttura, andamento cadenzato, da marcia funebre, della gente davanti e dietro me, distanziamento obbligatorio. L’edificio, a me sconosciuto, dopo la curva ad angolo retto mi si para davanti: grigio, triste, solo un’insegna gialla con scritta blu a dare un tocco di vivacità a questo Alcatraz in tono minore.

“TIGROS” leggo.

A destra e sinistra le guardie controllano il flusso fino alle porte di vetro, spalancate su un atrio male illuminato e confuso. Qualcuno prova ad uscire fuori dai cordoni ma viene subito pestato a sangue e portato via.

“Devo passare il controllo…devo farlo…” penso, ma la tensione mi mangia vivo.

Alto 1.68, calvo, pettorina gialla, mascherina d’attacco, nella mano impugna con forza ‘l’arma’. Si dicono tante cose su di lui, molte sono leggende. Altre terribilmente reali. Lo chiamano l’oracolo’. Fermo nel suo ghigno che ipotizzo crudele visto che ha su una mascherina, è giudice e carnefice, il boia del tempio della tigre.

Lo immagino mentre avvicina ‘l’arma’ alla mia tempia, uno, due…aspetta ancora un attimo…tre, quattro…

TENTATIVO DI USCITA N°2 – Superpoteri e A.M.P.

Se c’è qualcosa che ho imparato a fare da quando sono rientrato a lavoro è pisciare senza dover guardare verso il water.

Che se porti gli occhiali e porti anche una mascherina e Satana non voglia anche i guanti lattice/supercollosi/scorticaepidermide, quando te lo prendi in mano per una tonificante pisciata a metà mattinata, gli occhiali scivoleranno inesorabili verso quella parte del mondo ancora non esplorata dall’uomo, densa di oscure materie, creature strane e pericolose,  conosciuta come…

*Tema principale di Jurassic Park, John Williams, 1993*

“Buco del Cesso”

TENTATIVO DI USCITA N°1

“Impellente necessità di fare qualcosa di originale, geniale, oltre gli standard comuni, devo scrivere, scrivere, scrivere!”

Era il 24 Marzo, quando ho iniziato la quarantena. Ovviamente non ho scritto un cazzo. Nulla di originale, geniale…e anche l’impellenza ecco, svanita in un paio di sonnacchiosi pigri inutili mal sfruttati pomeriggi, a guardare punti fissi, bagliori filtranti da finestre semi-socchiuse, luce blu di schermi densi di notizie contrastanti, bollettini medici tragici.

Che cazzo ho fatto in 3 settimane? Niente.

Ho letto di più? Quella lista infinita di libri da leggere e che si accresce ad ogni Login su Amazon? No.

Ho studiato? Portato avanti una sola di quelle cose che mi sono autoimposto in uno dei miei ridicoli discorsi allo specchio, riunioni con me stesso, impegni “da domani” ? No.

Mi sono allenato? Visto la montagna di tempo piovuta addosso, proprio tu che ti dicevi convinto “Ah si, se avessi tempo mi allenerei tutto il giorno!” ? Ahahahaha, No.

L’amarerrima verità, che amarissima non rende, è che non ho combinato nulla. Non ho fatto un cazzo. L’aver attaccato a Gennaio un calendario annuale gigante sul muro, cosi da vederlo appena sveglio, cosi da ricordarmi di non sprecare tempo, cosi da darmi un obiettivo quotidiano, è rimasto inosservato per tutti questi mesi. Ci ho scritto qualcosa, era Gennaio, che non capisco nemmeno. Non so leggere la mia grafia.

Quanto l’ho aspettato questo calendario.

Mi ricordo bene quando mi svegliai con L’IDEA “mi serve un calendario!”. Anzi, IL calendario”.

Incredibile che non ci avessi pensato prima, le soluzioni spesso sono cosi semplici, naturali. Anni di sprechi solo perché non avevo lui, IL calendario, gigante,

LA soluzione.